Massimo Fedele

25-08-10

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Massimo Fedele: evoluzione di un pittore 

La quinta personale, nel 2008, ha segnato un passaggio fondamentale nella pittura di Massimo Fedele (Torino, 1964), l’evoluzione di questo quarantenne artista pugliese, ammiratore di Rembrandt, da «pittore timido» a pittore consapevole, che abbandonata la tecnica del copista e la ritrattistica, che gli ha dato la fama, ha scelto di dedicarsi ad una sua ricerca specialissima e ad una sperimentazione sue proprie, culminate nella Produzione del 2009.

Formatosi a bottega presso il pittore barese Filippo Cacace, dall’età di 23 anni, Fedele ha conquistato fama e notorietà grazie all’esecuzione di varie pregevoli opere eseguite su commissione in alcune chiese della città dove vive e opera, San Vito dei Normanni (Br), nella Basilica di Santa Maria della Vittoria, nella Chiesa dell’Immacolata e nella Chiesa di Santa Rita, e presso Santa Maria del Soccorso in Carovigno (Br), dove campeggia una splendida Via Crucis (quattordici tele delle dimensioni di 2 metri per 1,20 metri), ispirata alla omonima opera di Giandomenico Tiepolo.

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Pittura incognita: tra tensione e astensione    

Tensione dell’anima o astensione dal mondo?

La risposta è un’incognita, se si deve spiegare la Produzione 2009 di Massimo Fedele, che in queste trentanove tele vela e svela, attraverso un percorso introspettivo iniziato con la mostra «Rivelazioni» (2008) il «male di vivere».

Corpi abbozzati – evanescenti, indefiniti, asessuati – non sono che contenitori vuoti di interiora lacerate, dove è fin troppo evidente la corrispondenza metaforica tra lacerazione dell’anima e corruzione della carne.

Corpi sospesi su sfondi surreali e rarefatti – l’incedere incerto e l’espressione dimessa delle figure – sono collocati in uno spazio senza estensioni, quasi volessero fuggire, dimenticare la loro dimensione terrena, di quotidianità insostenibili e banali, di rumore assordante e incessante del mondo, per privilegiare la dimensione del silenzio, della riflessione, della sospensione. Della fuga dal mondo.

Ecco però, che via via che le si osserva più in profondità, queste entità senza contorni sembrano affiorare alla vita dall’abisso della tela, come da uno spazio infinito, ecco che quelle pose dimesse delle figure assumono i contorni di una forma precisa, quella della concentrazione, dell’ascolto, della meditazione. Ecco che quegli X e Y, da protagonisti oscuri di domande senza risposta, diventano la sigla della Creazione – X e Y, come i cromosomi da cui origina la vita umana –. Ecco che gli embrioni appena abbozzati, nella loro posa statica diventano creature vive, a cui, non bastando più la tela diventano materia – ferro e plastica – in movimento, materia viva, nelle sculture che per la prima volta popolano le mostre di Fedele.

Così che i dubbi, le domande irrisolte, le incognite dell’artista – che sono gli stessi dell’uomo-osservatore – vengono circoscritti entro delle geometrie, ancorché imperfette, quasi che il pittore vi volesse racchiudere la sua inquietudine e lasciare il resto dello spazio – l’infinito spazio intorno alle figure – alla vita che affiora nuovamente.

Monica Leopardi, La Gazzetta del Mezzogiorno

info@athenaspazioarte.com.
Ultimo aggiornamento: 28-08-09.

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