Massimo Fedele: evoluzione di un
pittore
La quinta
personale, nel 2008, ha segnato un passaggio fondamentale nella pittura di
Massimo Fedele (Torino, 1964),
l’evoluzione di questo quarantenne artista pugliese, ammiratore di Rembrandt,
da «pittore timido» a pittore consapevole, che abbandonata la tecnica del
copista e la ritrattistica, che gli ha dato la fama, ha scelto di dedicarsi
ad una sua ricerca specialissima e ad una sperimentazione sue proprie,
culminate nella Produzione del 2009.
Formatosi
a bottega presso il pittore barese Filippo Cacace, dall’età di 23 anni,
Fedele ha conquistato fama e notorietà grazie all’esecuzione di varie
pregevoli opere eseguite su commissione in alcune chiese della città dove
vive e opera, San Vito dei Normanni (Br), nella Basilica di Santa Maria
della Vittoria, nella Chiesa dell’Immacolata e nella Chiesa di Santa Rita, e
presso Santa Maria del Soccorso in Carovigno (Br), dove campeggia una
splendida Via
Crucis (quattordici
tele delle dimensioni di 2
metri per 1,20 metri),
ispirata alla omonima opera di Giandomenico Tiepolo.
Pittura incognita: tra tensione e astensione
Tensione dell’anima o astensione dal mondo?
La risposta è un’incognita, se si deve
spiegare la Produzione 2009 di Massimo Fedele, che in queste trentanove tele
vela e svela, attraverso un percorso introspettivo iniziato con la mostra
«Rivelazioni» (2008) il «male di vivere».
Corpi abbozzati – evanescenti, indefiniti,
asessuati – non sono che contenitori vuoti di interiora lacerate, dove è fin
troppo evidente la corrispondenza metaforica tra lacerazione dell’anima e
corruzione della carne.
Corpi sospesi su sfondi surreali e rarefatti
– l’incedere incerto e l’espressione dimessa delle figure – sono collocati
in uno spazio senza estensioni, quasi volessero fuggire, dimenticare la loro
dimensione terrena, di quotidianità insostenibili e banali, di rumore
assordante e incessante del mondo, per privilegiare la dimensione del
silenzio, della riflessione, della sospensione. Della fuga dal mondo.
Ecco però, che via via che le si osserva più
in profondità, queste entità senza contorni sembrano affiorare alla vita
dall’abisso della tela, come da uno spazio infinito, ecco che quelle pose
dimesse delle figure assumono i contorni di una forma precisa, quella della
concentrazione, dell’ascolto, della meditazione. Ecco che quegli X e Y, da
protagonisti oscuri di domande senza risposta, diventano la sigla della
Creazione – X e Y, come i cromosomi da cui origina la vita umana –. Ecco che
gli embrioni appena abbozzati, nella loro posa statica diventano creature
vive, a cui, non bastando più la tela diventano materia – ferro e plastica –
in movimento, materia viva, nelle sculture che per la prima volta popolano
le mostre di Fedele.
Così che i dubbi, le domande irrisolte, le
incognite dell’artista – che sono gli stessi dell’uomo-osservatore – vengono
circoscritti entro delle geometrie, ancorché imperfette, quasi che il
pittore vi volesse racchiudere la sua inquietudine e lasciare il resto dello
spazio – l’infinito spazio intorno alle figure – alla vita che affiora
nuovamente.
Monica Leopardi, La Gazzetta del
Mezzogiorno
info@athenaspazioarte.com.
Ultimo aggiornamento:
28-08-09.