![]()
La Bella Ragazza
C’è una strada a Suvereto che riunisce in se
varie particolarità o curiosità interessanti: valore
Storico,
bellezza paesaggistica e contenuto leggendario.
Sotto l’aspetto storico è la strada più
vecchia del paese che risale a prima del Mille e che tuttora
cinge la parte superiore del castello,
separando la parte antica da quella moderna, con le sue
massicce mura
castellane costruite con regolari conci di alberese, rinforzate da possenti torrioni
alcuni dei quali trasformati in abitazioni
private
L’aspetto paesaggistico offre al visitatore
una visione insolita che riunisce tutti insieme gli aspetti
tipici e caratteristici del paesaggio toscano:
dolci colline che si distendono e si inseguono tutte
trapunte da regolari filari di olivi che
seguono e sottolineano l’andamento delle colline circostanti
terminanti, nella parte più alta, da verdi
macchio di lecci, querce e cipressi.
La caratteristica però che ci intriga più di
ogni altra cosa è la tradizione o , se vuoi, la leggenda di
due personaggi suveretani che qui hanno dato
vita ad una romantica e tragica storia d’amore.
A proposito
del nome di questa via che è stato dato un paio di secoli fa, c’è chi sostiene
che sia
stato dato
in memoria di un personaggio di cui però si è perso ricordo e memoria; altri
che fanno
derivare l’attuale nome da un particolare
sistema di difesa caratteristico dei castelli medioevali
chiamata
“a barigazza” che qui abbia avuto pratica attuazione.
Non è da scartare a priori il fatto che il
tutto possa derivare od abbia avuto origine da una fortuita
popolare trasformazione lessicale di un
termine inusitato od incomprensibile ai più e tramandato
oralmente, e così rimasto, fin quando secoli fa
fu deciso di identificare le vie scrivendo sul muro
delle case il nome che la tradizione orale
aveva tramandato: “BELLA RAGAZZA”, in questo caso.
Stessa sorte, o stesso fenomeno, può essere
capitato ad altre vie del paese come “Il rotaio” che
Qualcuno fa risalire a tempi molto antichi e
ad altrettante testimonianze etrusche; “dell’Insegna”,
a parte l’uso non corretto per noi moderni
della preposizione articolata “dell’”, ma prima di uso
corrente, l’uso
del sostantivo “insegna” che richiama il termine latino “insigne, is” (insegna,
vessilli, bandiera), può ricordare in questo
luogo la presenza di molte insegne cioè le bandiere
dell’esercito ghibellino al seguito della
salma dell’Imperatore Arrigo Vii nell’anno 1313 i cui
cavalieri, poco distante da questa via, in una
posizione impervia, poco coltivabile, ma facilmente
difendibile, per diverso tempo si accamparono,
“posero il campo” cioè, dando così origine alla
denominazione di questo luogo col termine:
“Campo dell’Imperatore”
Venendo quindi alla leggenda della
Bellaragazza, si racconta che nel Medioevo, al tempo cioè dei
castelli, dei paladini e dei trovatori,
vivesse a Suvereto nel castello di Uguccione una nobile e
bellissima fanciulla di nome Banduccia. Le sue
giornate trascorrevano serene e felici nel giardino
avito a raccogliere fiori insieme alle sue
ancelle per comporre ghirlande per abbellire le loro chiome
e per addobbare la mensa paterna.
Un bel giorno però busso alla porta del
castello Monaldo,un giovane menestrello che chiedeva ospitalità
per la notte perché stanco del lungo viaggio
di ritorno verso la sua terra natia. Fu accolto
dignitosamente
ed invitato alla tavola del signore il quale, al levar della mensa, lo invitò a
cantare le
giostre, i tornei e le imprese dei cavalieri
famosi.
La voce melodiosa di Monaldo e l’avvincente
racconto di quelle eroiche avventure incantò la
corte e più ancora il giovane e candido cuore
della giovane Banduccia la quale lo invitò
appassionatamente a prolungare la sua sosta al
castello per continuare a cantare le imprese e gli
amori dei nobili cavalieri. Monaldo accettò
molto volentieri questo graditissimo invito perché era
rimasto colpito dalla innocente bellezza e dal
nobile portamento della fanciulla e perché, in cuor suo
si faceva inconsciamente strada il nobile
sentimento dell’amore.
I giorni passavano ma Monaldo non si decideva
a partire sempre trattenuto dalla bellezza di
Banduccia la quale lo sollecitava a cantare
sempre nuovo imprese di dame, regine e paladini.
L’amore intanto aveva misteriosamente
cominciato a legare i due giovani cuori con un legame
indissolubile. Questo fatto finì per
insospettire il conte Uguccione il quale, temendo che la figlia si
potesse innamorare di quel giovane menestrello,
ma senza arte né parte, pensando invece di
concedere la sua mano ad una qualche nobile
rampollo di alto lignaggio, comandò lo si portasse in
sua presenza senza tante storie e gli impose
di lasciare immediatamente il castello e il paese e di
non farvi più ritorno a rischio della sua
vita.
L’intransigente e crudele volontà del conte
padre fu eseguita immediatamente ed il desolato
Monaldo dovette abbandonare il castello e
riprendere sconsolato la via interrotta del ritorno.
Camminò e corse quando il ricordo ed il
desiderio di rivedere quegli incantevoli occhi,
il luminoso sorriso e quei lunghi capelli
dorati si faceva più acuto; il giorno dopo la nostalgia ed il
desiderio di ritornare si fece più acuta ed
irrefrenabile tanto da non fargli chiudere occhio per tutta
la notte. Il terzo giorno, nonostante avesse
aumentato il passo per allontanarsi sempre di più da
quel luogo incantato, giunto a sera, stremato,
cadde in un sonno profondo durante il quale sognò la
sua bella fanciulla la quale era stata
rinchiusa in una alta ed inaccessibile torre come punizione per
essersi permessa di innamorarsi di un anonimo
e spiantato menestrello.
Svegliatosi di soprassalto, non potendo
sopportare oltre quella tremenda visione, alle prime luci
dell’alba, a tappe forzate ritornò sui suoi
passi deciso fermamente ad affrontare la crudele
imposizione del conte Uguccione. Arrivato al
castello, inutilmente bussò e ripetutamente alla
porta ottenendo il solito netto rifiuto. Visto
che qualsiasi richiesta otteneva la solita sorda
accoglienza, Monaldo si recò sotto la torre
che teneva prigioniera la sua amata la quale purtroppo
non poteva vederlo ma soltanto ascoltarlo in
quanto l’unica finestrella era troppo stretta e troppo
alta, così decise di cantare fervide canzoni
d’amore e di lasciarsi morire d’inedia.
Questo straziante spettacolo durò per giorni e
settimane ed il popolo di Suvereto profondamente
colpito da questa bellissima e trispe prova
d’amore, stava per ribellarsi a questo straziante spettacolo
quando il menestrello non fu udito cantare il
suo malinconico inno d’amore ma stare immobile ai
piedi della solita torre. La guardia,
incaricata di custodire Banduccia, temendo una tragedia, salì
sulla torre per controllare le condizioni
della prigioniera, e non si meravigliò di vederla immobile
sotto la finestrella della cella.
Visto che non potevano coronare il loro sogno
d’amore, decisero di sublimare il loro sentimento
con la tragica catarsi del suicidio, partendo
insieme per l’aldilà per potersi così unire e vivere
per l’eternità.
Così finisce sommessamente la tragica storia
di due giovani innamorati i quali, di fronte al
cocciuto e cieco limite umano, donarono il
loro sacrificio che così entrò nella leggenda.
Sopravvivono soltanto coloro che intuiscono
l’evolversi del futuro.
La triste notizia si diffuse in modo
sorprendente meravigliando non poco i Suveretani;
l’eccezionalità però di questo infausto
finale, non durò più di tanto in quanto, a poco a poco, prese
il sopravvento la pietosa convinzione che la
loro completa dedizione li aveva uniti
indissolubilmente per sempre.
Ancora oggi è possibile vedere, sotto la Rocca
aldobrandesca e soprastanti la via panoramica che
conduce alla Porticciola, due ultrasecolari
piante d’olivo che i più considerano come concreta
testimonianza di quella osteggiata e disperata
storia d’amore dei due innamorati.
Infine, per i più, per coloro cioè che
rivestono di romanticismo le avventure umane, credono e
sono disposti a scommettere di sentire, nelle
notti di plenilunio, diffondersi tra le due piante una
dolce melodia: è anche per questa ragione ed a
buon diritto che questa potrebbe essere sottotitolata:
la “Via dell’Amore”
Suvereto
![]()